Israele e Hezbollah: nuove tensioni tra Golan e Libano meridionale.

Il coinvolgimento di Hezbollah, il partito confessionale degli sciiti libanesi, all’interno della guerra civile siriana rischia seriamente di trascinare anche Israele nel conflitto. Hezbollah ha sempre avuto legami molto stretti con la famiglia Assad e con l’Iran dal quale trae i finanziamenti e le risorse per partecipare con tutto il proprio peso nel contesto della guerra civile siriana.

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La miccia che ha innescato gli scontri degli scorsi giorni è stato il bombardamento aereo di un convoglio militare del partito libanese diretto al confine tra Siria e Israele, alle pendici di quelle alture del Golan la cui annessione da parte delle Nazioni Unite non è mai stata riconosciuta ed è pertanto un’area estremamente sensibile. L’attacco ha lasciato sul terreno sei elementi della milizia sciita tra cui Jihad Mughniyeh, il figlio di Imad, generale di Hezbollah ucciso da un’autobomba attivata da controllo remoto nel 2008. In risposta a tale attacco la milizia sciita ha quindi risposto con lanci di razzi Katyusha da 107 mm verso le città e gli insediamenti israeliani nel nord del paese, con un bilancio di 2 morti e 7 feriti. Israele ha nuovamente risposto attaccando le postazioni sotto controllo governativo e di Hezbollah nei pressi della città fantasma di Quneytra, situata alle pendici del Golan, prendendo di mira anche alcuni obiettivi nel Libano meridionale, con la morte di un militare della missione UNIFIL. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha quindi lanciato un monito invitando la milizia libanese a ricordare quanto avvenuto a Gaza nel luglio scorso.

Screen_shot_2010-12-21_at_6.06.59_PMLa sequela di episodi ha notevolmente allertato la comunità internazionale, in quanto una situazione simile ha dato il via all’invasione israeliana del Libano del 2006, durante il quale Tsahal ha attaccato le postazioni di Hezbollah comprese tra il confine israelo-libanese e il fiume Litani. L’azione si risolse in un mezzo insuccesso per le forze armate dello stato ebraico: derogando alla propria tradizionale strategia di attirare il nemico allo scoperto per poi colpirlo pesantemente, si è preferita una massiccia invasione di terra, con le forze corazzate in difficoltà sul terreno accidentato. Il tutto si concluse poi con l’intervento delle forze di interposizione della missione UNIFIL che posero fine al conflitto e che sono tuttora sul posto.

Proprio con il tramite delle forze UNIFIL Hezbollah ha fatto sapere al governo israeliano di voler evitare un nuovo conflitto con Israele. Scelta strategicamente saggia, dato che le forze della milizia (attualmente concentrate nel Sud-Ovest della Siria), si troverebbero tra due fuochi, fronteggiando le milizie qaediste e i gruppi affiliati all’Isis da un lato e i raid aerei di Israele dall’altro. È necessario anche considerare che l’intervento delle milizie sciite in questa zona non ha solo lo scopo di far retrocedere le truppe antigovernative, ma anche di impedire che riescano ad avere un contatto con Israele, che le potrebbe aiutare in termini di risorse, armi e informazioni. Se da un lato “il partito di Dio” lancia messaggi di pace o, quantomeno, di non belligeranza ad Israele, dall’altro fomenta l’opinione pubblica libanese ed internazionale denunciando gli attacchi dell’aviazione israeliana e affermando che quest’ultima sta svolgendo il ruolo di “forza aerea qaedista”.

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Dal lato israeliano, le parole di Netanyahu hanno un duplice effetto: da un lato scoraggiano Hezbollah, mentre dall’altro attirano ulteriori consensi dai conservatori e dagli “interventisti” israeliani che potrebbero tramutarsi in voti per il Likud alle prossime elezioni del 17 marzo, indette dopo la sostanziale crisi di governo ed il rimpasto che ne è seguito. Un conflitto aperto in questa fase, tuttavia, sarebbe decisamente troppo sconveniente per diverse ragioni: innanzitutto lo scenario siriano è decisamente troppo frammentato per un intervento israeliano su larga scala. Le ripercussioni si potrebbero avere non solo dal lato dell’immagine ma anche dal lato delle perdite militari: un eventuale fallimento o anche solo un mezzo fallimento dilapiderebbe il capitale di consensi in vista delle elezioni. In secondo luogo, l’immagine di Israele ne verrebbe ulteriormente danneggiata, specie dopo quanto accaduto a Gaza e visto che rappresenterebbe un ulteriore peggioramento dei rapporti con l’Iran, dopo che questo ha mostrato volontà di cooperare in merito al proprio programma nucleare, più volte sabotato dagli stessi israeliani.

Concludendo, stando così la situazione, un intervento israeliano su larga scala diviene piuttosto improbabile, specie considerando le prossime scadenze elettorali e il miglioramento dei rapporti iraniani con il resto della comunità internazionale.

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