La caverna della modernità arcaica

La sfiducia nei mezzi di comunicazione, il fastidio che si prova nell’apprendere fatti sociali e pezzi di realtà attraverso i media (vecchi e nuovi, cartacei o pixellati) non è un fenomeno tanto sorprendente o difficile da capire. Ma la domanda che mi viene in mente quando sento discorsi sull’inattendibilità, faziosità, pressappochismo degli organi d’informazione a cui facciamo affidamento quando cerchiamo di comprendere e conoscere quello che ci accade intorno è, invece, in che misura tutto ciò condiziona le nostre azioni quotidiane?

Per provare ad interpretare, utilizzando un po’ di immaginazione sociologica, scomoderò tre personalità importanti che hanno cercato di strutturare il complesso guazzabuglio che siamo noi esseri umani messi insieme nella stessa stanza. Iniziamo dal contesto, dove siamo? Beh, sencondo Bauman viviamo in una società liquida che per definzione non ha punti di riferimento, che non ha storia e pertanto non ha identità costruite a partire da quelle che sono le storie delle generazioni passate. La causa è il sempre più incredibile assottigliamento delle distanze, o meglio, del tempo che ci vuole per coprirle. Tutto è più vicino, ed anche le conoscenze lo sono.

vak-quote2La seconda causa è la globalizzazione che è riassunta da parole quali “immigrazione”, “emigrazione”, “cervelli in fuga”, quando semplicemente rappresenta la naturale conseguenza di ciò che definivo prima come assottigliamento delle distanze: tutto è più vicino quindi facilmente raggiungibile, anche una nuova opportunità, nel nostro caso, di trovare nuove occasioni di benessere. Ne nascono nuove generazioni di cittadini del mondo che hanno radici altrove, un altrove che è anche fatto di tradizioni diverse da quelle del luogo dove si vive.

Come funzioniamo come società? Scomodiamo Emile Durkheim, che in una maniera geniale ma alquanto semplice strutturava il funzionamento dei rapporti sociali secondo (insieme ad altri elementi) due sistemi di solidaretà: solidarietà meccanica e solidarietà organica. La prima è una semplice e cordiale “solidarietà” di tipo castale, ovvero, con una poca differenziazione del lavoro, gli appartenenti allo stesso “ruolo” provano un sentimento di appartenenza. È evidente che questa appartiene a società di tipo arcaico come quelle medioevali o comunque pre-industriali. La seconda, più complessa da spiegare, perché appartiene alle società moderne dove la differenziazione del lavoro e la possibilità di individualizzazione sono altissime, e ne risulta dunque una solidarietà di “genere”: come appartenenza ad un unico genere umano ma diverso come individuo, sono unico ma insieme appartengo al genere umano.

Precari, lavoratori statali, politici, disoccupati, la casta. Termini e definizioni che ci riempiono la bocca e le orecchie quando discutiamo con amici, parenti e conoscenti di attualità. Però, infine, siamo semplicemente divisi in poveri, benestanti e ricchi. Stando a questo piccolo ragionamento allora, ci troviamo più in una società moderna o arcaica? Utilizzando come ipotesi la divisione del lavoro di Durkheim e trasponendolo nella divisione in classi potremmo dire di trovarci in una società arcaica: poveri, benestanti e ricchi. Quindi agiamo sempre seguendo un regime di solidarietà meccanica: si, ma in pratica? In pratica agiamo (e pensiamo soprattutto) secondo delle rappresentazioni collettive: l’immigrato che ci ruba il lavoro, il politico che ruba, gli americani esportano democrazia per il petrolio, gli arabi sono terroristi, i cattolici sono contrari all’uso del preservativo. Ci siamo?

caverna_platone

Beh, diciamo che forzare la mano su certe rappresentazioni collettive oggi funziona nei nostri media quanto nel nostro modo di comunicare. Siamo, tirando in ballo Platone, degli uomini nella caverna che vedono solo le ombre di quello che realmente esiste all’esterno. Chiaro, no? Vi sentite soffocare? La cena col capo? La villetta con giardino, niente allarmi né sorprese? Certo. Siamo in un labirinto, e per questo proviamo fastidio: vogliamo sempre ciò che le nostre rappresentazioni collettive personali ci indicano come la perfezione e quando non le troviamo ci sentiamo spaesati, sentiamo di navigare de-sidera (senza l’ausilio delle stelle), che paradossalmente è anche la derivazione della parola desiderio. Vogliamo certezze ma abbiamo paura del desiderio, del volere una cosa correndo qualsiasi rischio, facendo anche qualche salto nel vuoto. Ecco, dopo tutto questo discorso, infine, l’unica cosa che basterebbe fare è essere curiosi, senza prendere alla lettera il detto popolare “la curiosità uccise il gatto”, anche perché il gatto ha sette vite. E nove code.

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