Filastrocca di Confine

“Luglio il bene che ti voglio.”

Amore e rispetto verso l’umanità finché si vuole, ma magari quando siamo alla dogana sul confine turco con un regista reinventatosi militare, che ci tiene sotto tiro, potresti anche assecondare la mia strategia e sostenere che siamo sposati, così posso passare sotto la sbarra a strisce e arrivare in tempo da colei per cui ho messo a tale repentaglio la mia vita e ho pure rischiato l’infarto da canna.

Eh no Daniel, sarebbe troppo facile. Qui stiamo parlando di dimostrare che sei degno di continuare questo viaggio al suo fianco. Prova che tutti gli uomini arrivano a dover affrontare, anche se si ostinano a tenersi mamma e pannolino fino ai trenta, o come nel caso del protagonista sopracitato, pantofole e occhiali tondi. È solo una filastrocca, ma lei ci tiene che la impari, per bene, a memoria, mentre all’altra non cambia se hai fatto chilometri con i più strani individui e nelle condizioni più assurde per arrivare da lei.

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Cari lettori che cominciate a perdere il filo, adesso faccio il punto: Im Juli, film tedesco del 2000, del turco Fatih Akin che l’ha ideato, scritto, diretto, interpretato e secondo me anche distribuito personalmente in ogni sua singola copia (ma è solo una leggenda metropolitana, anche se meriterebbe tutta la mia ammirazione). Lui è l’importante attore tedesco Moritz Bleibtreu, il talento spontaneo già dimostrato coi contro cazzi da Tykwer nel suo Lola Corre, vincitore della sezione stranieri al Sundance Film Festival del 1999.

Allora era Franka ovvero Lola, adesso è Christiane Paul, anch’essa attrice e anch’essa tedesca, ovvero Luglio. E qui serve la chiarificazione, perché nella lingua tedesca Juli letteralmente tradotto corretto sarebbe una versione di Giulia, un nome femminile forte come il sole che batte sulle autostrade in quelle giornate. Il simpatico e inaspettato gioco creatosi tra il nome dell’avventurosa protagonista e la definizione del lasso di tempo in cui si svolge il film che gli da pure il titolo va un po disperso nella nostra lingua ma non fa dimenticare il concetto, e noi per restare fedeli all’originale la chiamiamo Luglio, “wie die Monat”.

img2Coincidenza? Difficile definirlo. Daniel è un abitudinario e introverso professore di scuola, per cui una ragazzina ribelle in classe ed un invito a una serata un pò indie rappresentano momenti di inaspettata elettricità nella sua vita. Una scombussolante giornata coronata dall’incontro inatteso con da colei per cui farà il rocambolesco viaggio tema della pellicola.

Un’occasione per ricominciare a vivere, un desiderio sfuggente e la decisione di inseguirlo come metafora della fuga verso il cambiamento. Juli e Daniel vogliono entrambi dare una spolverata alle loro esistenze inacidite dall’abitudine e dalla città, e per farlo scelgono il frivolo e impetuoso impulso di buttarsi nell’avventura del mondo.

Ah, di nuovo le coincidenze. Sms e appuntamenti non avrebbero saputo fare di meglio della casualità che mette l’auto di Daniel sulla strada dove Juli fa autostop. Pronti, si parte per Budapest, col sole riflesso sul parabrezza (finché c’è) e nessuna paura di esaurire la voglia di andare avanti.

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Avanti sulla terra, tra auto distrutte, furti, persone gentili e altre no, e avanti anche nella vita, nella conoscenza reciproca, tra le comprensioni e i litigi, le rotture, le alleanze e il rifiuto. Due individui in partenza, così caratterizzati da apparire perfettamente quadrati, diventano, man mano che ci addentriamo nelle loro vicende, informi simboli dell’essere e del vivere che come molecole si muovono, si fondono, mutano e cambiano stato senza mai essere sincronizzati. La realtà ha un sapore e un odore tutto suo in questo film, ha dei colori forti e cangianti sotto il riflettore del sole, è nei luoghi e nelle persone che incrociano i due ragazzi e vive negli eventi che li circondano e li influenzano, e nelle foto di Luglio.

Si parla di vivere senza “voler” vivere, ma vivendo. Che frase astratta, pare un ossimoro, ma a pensarci un attimo è esattamente così. Perché nessuno li ferma? Perché non esiste lo stato di “non vivere più”, a meno che non sia l’essere chiaramente cadaveri, così come il viaggio non può fermarsi senza ragione.

Akin nella sua parte da militare alla frontiera Turca parla poco e sgrammaticato, ma con le sue inquadrature non smette di raccontare, con un linguaggio diretto inconfondibile, ed è lì che ci dice, col sorriso a metà sotto i capelli sfatti; “Daniel voleva imparare quella filastrocca, e nel farlo ha vissuto una vita intera, e l’ha toccato davvero il sole”. In fondo è semplice come la matematica: si può partire da A e arrivare a B, ma in mezzo nessuno sa cosa potrà mai esserci, magari un’altra B in un’altra direzione?

Per saperlo dovrete inseguirla voi, la vostra B(udapest).

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