Post-rock, tra filosofia e fenomenologia ermeneutica

L’altro, il diverso, l’alieno, quando si mostra ai nostri occhi ha necessità di avere un nome, una definizione, che ha le caratteristiche di ciò che lui ci mostra di sè, filtrate dalle nostre aspettative, dai nostri pregiudizi, dai nostri schemi cognitivi.

A metà degli anni 90, nasce e si concretizza una corrente musicale (oso dire anche filosofica) che spezza ogni legame con la musica popolare fino ad allora composta e “venduta”: una destrutturazione, un rinnegare, un allontanarsi (e quindi esiliarsi) dalla concezione di “showbiz” fatta di riflettori, eccessi, vuoti contenitori di aspettative esaudite senza uno sguardo “desideroso”. Gli addetti del settore, una volta visto il mostro, dovettero per forza dargli un nome tanto era spaventosa e potente la creatura che si mostrava loro in tutta la sua rivoluzionaria fisicità. E, come spesso accade, il nome è sbagliato o comunque non accettato, non rispecchia la natura e le intenzioni della creatura, e per questo viene rinnegato. Il nome fu “post-rock”, ossia quello che viene dopo il rock comunemente immaginato.

L’epicentro del terremoto è in Scozia, con le sue Highlands a fare da sfondo e le città industriali grigie a fare da palcoscenico per la lentezza ed apparente silenziosità delle parole, della confusione e banalità che molte volte le troppe e “perforza” parole portano con se. Uno sguardo dall’alto di Dedalo ed una vera e propria rivoluzione copernicana della musica popolare, un uso alternativo e non convenzionale degli strumenti tipici del carrozzone del rock. Non più rockstars che si atteggiano messianiche sul palco, non più presenza di un testo e di una voce ben riconoscibile ed ammiccante, piuttosto assenza (e quando presenza, filtrata con un vocoder che segue l’andamento delle note) di parole, costruzione di veri e propri paesaggi sonori e, sul palco, nient’altro che il vuoto/pieno dei musicisti. Gli spettatori ad occhi chiusi, in estasi, in pieno e completo ascolto, dediti ad un’esperienza di rielaborazione totalmente personale e non mediata di ciò che sentono.

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Prima si inizia con una frase (musicale) che si ripete e come un filo di Arianna conduce in tutto il labirinto di intrecci (quasi) ipnotici dell’esperienza sensoriale che è a tutto campo (brividi sulla pelle, occhi chiusi e percezione del proprio respiro, enfatizzazione dell’esserci fisicamente, stare dentro le pieghe e le pause) fino al momento di silenzio, rielaborazione prima della vera e propria esplosione che gonfia la cassa toracica e la ingrossa del respiro facendo tornare l’ascoltatore in possesso del proprio corpo, in quel qui ed ora che è adesso vivo e vibrante ed osserva con occhi diversi il palco. Come definire tutto ciò? Semplicemente come “musica strumentale”, come il Canone di Peckelbel, che ne incarna la concezione, ad un attento ascolto, un ascolto attivo.

Nel post-rock le parole del moderno perdono il loro senso anche quando sono scritte e liberate, anche quando sono inserite al posto giusto per dargli un senso concreto di appartenenza immanente. Le parole sono troppe, e quelle poche che hanno ancora un senso sono ingabbiate in concetti e figure che sono schemi troppo rigidi. Molti gli esempi che possono essere fatti, ma uno su tutti può essere visibile ed illuminante: la parola “spot” che sta ad indicare una macchia, un punto, ma che ormai ha assunto il significato di pubblicità. Una parola asservita ad un mondo e imprigionata ad un solo significato. Per liberare le parole nel post rock bisogna farne a meno, utilizzare schemi diversi ma universali, muovere lo scrivere verso condizioni di immanenza altre, muovere i significati liberandoli da simboli fino a renderli quello che realmente erano in origine: suoni.

L’uso non convenzionale degli strumenti, l’assenza di “spettacolarità” sul palco, l’assenza (o presenza mediata, filtrata dal vocoder) delle parole è equivalente allo sguardo di Dedalo sul labirinto: lui ne è creatore ma deve sporgersi oltre la soglia per scorpirne l’enigma. È equivalente allo sguardo dei poeti ermetici che ci dicono cosa non è, non danno definizioni e molte volte non danno un messaggio chiaro: ci si deve implicare tra le pieghe, sostare nelle crepe, insinuarsi nelle cesure che queste creano per poter capire e meglio vedere la visione propria e personale del poeta/musicista; fare i conti, in sostanza, con il silenzio del poeta/musicista.

Silenzio che accade, che non è un silenzio assoluto e sterile. È silenzio strumentale, musicale e legato a doppio filo alla comunicazione dell’urgenza di svelare il segreto, qualcosa che non si può dire e che per questo va scritta in silenzio sulla pelle, nelle interiora di chi ascolta. Il silenzio parla e parla del segreto, del segreto che chiede, desidera di essere svelato. Le grandi verità vengono scritte, e proprio ciò che non si può dire deve essere suonato, nel nostro caso: perchè si parla di gesti (muovere la penna/matita su un foglio/supporto), gesti come accordare, premere, pizzicare, sempre e comunque gesti che vanno fatti delicatamente, in silenzio, in solitudine e riflessione.

Alcuni nomi per banchettare: Mogwai, Explosions in the sky, Sigur Ros, Mono, And so i watch you from afar, God speed you! Black emperor.

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