Amen Break: sei secondi tra diverse culture

In un universo ipotetico, ci possono essere occasioni votate a probabilità impossibili che, tuttavia, si sono realizzate. Nel nostro universo esiste un particolare caso di probabilità impossibile che tuttavia si è verificata.

Nel 1969 un gruppo funk e soul americano, The Winstons, registra la canzone “Color Him Father” che li porterà a vincere un Grammy Award e come b-side decisero di pubblicare la canzone “Amen Brother”. In questa canzone si trovano 6 secondi di assolo di batteria che diventeranno, negli anni a seguire, i più campionati ed utilizzati della cultura musicale mondiale: l’Amen Break. In particolare quei sei secondi vennero utilizzati inizialmente nei primi anni 80, con la nascita dei campionatori che permettevano di registrare piccole parti musicali e di farle ripetere “in circolo” per realizzare delle registrazioni.

Con quei sei secondi, molta della cultura Hip-Hop iniziò a nascere e procreare, portandolo a diventare uno dei generi musicali più influenti nella cultura popolare contemporanea. Dieci anni dopo, precisamente nel 1996 Inghilterra, quei sei secondi di batteria, grazie ai grandi progressi tecnologici dei campionatori, vennero scomposti e separati colpo per colpo (cassa, rullante, piatti, charleston) rendendo l’uso del “campionamento” ancora più creativo. Velocizzando e scomponendo il campionamento (sample) iniziò a nascere la cutura dub e hardcore inglese, così come iniziarono a popolarsi i primi rave party. Hardcore, ma anche la dub-jungle che prese a modello quei sei secondi, facendone il marchio di fabbrica di questo sottogenere musicale.

Da lì fino ad oggi quel campionamento, preso a prestito dai Winstons, ha dato modo alla creatività musicale di fiorire. Non riesco a capire quale possa essere la cosa che ha fatto piacere così tanto questo campionamento da farlo diventare così popolare, nell’uso, rispetto ad altre parti di batteria. Sarà il suono delle varie parti della batteria, il metodo di registrazione usato, l’acustica della stanza in cui è avvenuta l’incisione, il ritmo in se o il groove del pezzo nella sua totalità. Fatto sta che è decisamente ipnotico sin dal primo ascolto: sembra quasi un ritmo primordiale, che è sempre stato li, in attesa di essere ascoltato!

L’aspetto più interessante della vicenda, piuttosto, è che nell’uso di questi sei secondi vi sarebbe una grandissima lesione del diritto d’autore, ma, pensandoci un secondo, se ci si fosse limitati ad applicarla, quanti brani musicali non sarebbero nemmeno nati, e quanti generi, culture, e sottoculture? Ovviamente non siamo nel campo etico del “è giusto che un musicista viva del proprio lavoro”, siamo più che altro nell’ambito della protezione del lavoro intellettuale. Moltissime cose sono state fatte in una sola maniera soltanto perché il brevetto era posseduto da una persona e quindi, anche solo migliorarlo, era impossibile se non per mano ed intuito del proprietario del brevetto.

In ambito culturale il fenomeno dell’Amen Break è sempre stato utilizzato, in campo letterario sin dalle canzoni cavalleresche che riprendevano storie tramandate oralmente, oppure nel lavoro di molti ricercatori scientifici che hanno migliorato e messo mano a scoperte geniali ma comunque migliorabili dei loro predecessori. Conoscere il proprio passato, diventarne portatori sani di interesse con uno sguardo al futuro, alle nuove generazioni, è qualcosa che si è perso, perdendo anche milioni di probabilità impossibili da realizzarsi che, magari, avrebbero migliorato la nostra vita.

Proteggere il prodotto del lavoro individuale, penso sia sacrosanto, così come è sacrosanto il diritto delle nuove generazioni di fare propria la responsabilità nel portare avanti le scoperte di chi li ha preceduti. Con uno sguardo al futuro, con uno sguardo verso l’ignoto, con il desiderio di navigare mari sconosciuti e chissà, magari, un giorno, trovare anche loro un “Amen Break” da tramandare a chi verrà dopo.

Un regalo per le generazioni future: guardare al passato per vivere il presente, puntando sul futuro.

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