L’ombra dietro l’uomo

Esordire su MdC con la recensione di questo film, lo premetto, è un impresa.

The-Imitation-GameI fatti storici sono la base per lo sviluppo di questo racconto visivo che, più che raccontarci un epoca, vuole raccontarci un uomo, Alan Turing, matematico che durante la seconda guerra mondiale collaborò con i servizi segreti inglesi per la decriptazione del cifrario nazista Enigma.

Turing in seguito fu condannato per la propria omosessualità e costretto alla castrazione chimica, da lui scelta in alternativa alla prigione, per poter continuare a lavorare a Cristopher: la sua preziosa macchina che poi divenne nota a noi tutti nella versione più evoluta, ossia il computer. I fatti storici sono più chiari di altri casi meno complessi, dopo anni i documenti segretati relativi a tale operazione del MI6 sono divenuti di dominio pubblico, e assieme ad altri documenti, corrispondenza e testimonianze esterne il regista Morten Tyldum ci presenta un uomo, in tutta la sua complessità e semplicità: questo mister Turing, un solitario che non ci fa soffrire della sua solitudine.

Cumberbatch presenta Alan Turing non come il genio dipinto dagli storici e nemmeno come l’uomo solitario e complicato che può apparire, ma ci parla di lui, col corpo e con la gestualità, con gli sguardi e con la voce, racconta questo personaggio senza pretendere di farlo immedesimare ma nemmeno allontanando lo spettatore. Noi spettatori appunto, i quali siamo invitati a seguirlo, come un ombra, abbastanza vicini da poter capire i suoi pensieri e coglierne le sfumature emotive, senza però mai poterci adentare nella sua mente, senza mai diventare parte di lui. Lo capiamo ma non lo affianchiamo mai, seppur siamo sempre li, e le nostre reazioni inerenti agli eventi e ai personaggi di contorno al percorso del protagonista sono gli stessi che prova ed esprime Turing sullo schermo.

Nel mezzo della seconda guerra mondiale troviamo che non sono tanto le bombe e le stragi a torturarci interiormente, quanto il dramma dei colleghi crittografi che si affidano a schemi e teoremi funzionanti solo nel concetto universitario, di Cristopher che non trova l’appiglio per decriptare i messaggi nazisti, e dello stesso Alan che lotta alla stessa stregua contro il proprio capo militare scettico verso la sua invenzione, quanto contro l’intero sistema sociale dell’inghilterra e dell’europa stessa. E’ così che l’esposizione di Turing del suo articolo “Il Gioco dell’Imitazione” (da qui il nome del film) pare talmente semplice e umano, naturale, da non lasciare spazio per i giudizi. Come il suo interrogatore, lo spettatore ne ascolta il racconto, senza nessun filtro e nessuna vergogna, passo dopo passo attraverso la vita di qualcun altro.

L’intento stesso del film si riconduce più alla narrativa che all’espressione personale di un concetto: Tyldum ci racconta di Turing, ma non lo giudica mai, così come lo spettatore arrivato a quel punto del film in cui si aspetta per abitudine di cogliere quel “messaggio” dietro alle immagini, quella lettura diversa dalla sua, si trova a non voler giudicare il film stesso. Impresa ardua per un regista, che non deve mai cadere nella tentazione di dire la sua, impresa che però qui è riuscita. Non è che non si possa giudicare Turing o The Imitation Game, ma non si vuole farlo perché sarebbe troppo limitante.

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