Una sedicenne transgender si suicida, sul web le sue ultime parole

Senza voler banalizzare la questione della disforia di genere, e ben conscia del periodo infuocato in cui ci troviamo (da sempre… o da quando sono nati i social network che hanno evidenziato tali problematiche?) per quanto riguarda le questioni che più toccano la comunità LGBT, è con estrema tristezza che accolgo la notizia del suicidio della giovane Leelah Alcorn. Riassumo per chi ancora non si fosse ritrovato la notizia sulla home di facebook: “Diciassettenne transgender si suicida e lascia un post su Tumblr: Colpa dei miei genitori”.

Pur sapendo quanto sia importante il dovere di cronaca, soprattutto per evitare che altri nella stessa situazione di Leelah, possano compiere il medesimo gesto estremo, mi ritrovo ancora a constatare, con grande dispiacere che, in questo caso come in altri, più che prevenzione attraverso la cronaca, fatti del genere diventino occasione, per certi giornalisti senza una minima etica professionale, per raccontarci con dovizia di dettagli che marca di scarpe usava la vittima l’ultima volta, quale fosse l’ultimo pasto, e la sua marca di cereali preferiti. Perché in fondo, un po’ di pubblicità non guasta.

Io invece voglio soffermarmi sul mezzo che, nella maggior parte dei casi, le giovani vittime utilizzano per comunicare al mondo un’ultima volta: i social network. I social network sono finestre sul mondo, si, finestre sul mondo con le sbarre. Perchè i social network, così usati, ti danno l’illusione di essere collegato con il mondo, anche se sei là, seduto da solo, dietro a uno schermo, senza poter realmente vedere l’altro, osservarne i colori veri, sentirne il calore.

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Io mi chiedo se avesse fatto la differenza, se una Leelah a caso, avesse avuto una grande rete di amici al di fuori di quelli che si contavano tra i suoi contatti. Perché è vero che andare contro la propria famiglia genera rimorsi enormi, anche quando i tuoi famigliari sono carnefici, ma forse, se al posto di certi articoli venissero divulgate informazioni che raccontano come fare, come chiedere aiuto, forse, e dico forse, tutti i ragazzi che ogni anno, nel mondo, decidono di morire, sceglierebbero un’alternativa. Forse la vera rivoluzione culturale parte quando ci si sofferma ad analizzare “sulla carta” le problematiche concrete del mondo fuori, e non a fomentare ed ingrandire un mondo alternativo, sbirluccicante ed inconsistente. Perché la diversità la si valorizza nel mondo in cui viviamo, non in una pagina in cui ci si sente molto “family” e si pubblicano arcobaleni.

Perchè gli educatori, tra cui i mass media, dovrebbero sempre tener conto della linea, che dovrebbe essere ben definita, tra il cerchio magico del web, e ciò che vi sta fuori. E se ciò avvenisse i potenziali aspiranti suicidi si renderebbero conto che, prendere tale decisione, comporterebbe un non ritorno, che non è come su facebook che cancellando un post tutto torna come prima. Se forse si tornasse a parlare, a stare in mezzo alle persone, se si capisse quando spegnere il computer, se si commentassero criticamente le notizie vis a vis,  forse ci accorgeremmo quando un amico sta male ed ha bisogno di aiuto.

Lascio qui la lettera della giovane Leelah, lettera che lei ha lasciato per tutti, e quindi per nessuno: 

“Se state leggendo questo messaggio, vuol dire che mi sono suicidata e quindi non sono riuscita a cancellare questo post programmato.

Per favore, non siate tristi, è meglio così. La vita che avrei vissuto non sarebbe stata degna di essere vissuta… perché sono transessuale. Potrei entrare nei dettagli per spiegare perché lo penso, ma questa lettera sarà già abbastanza lunga così. Per farla semplice, mi sento una ragazza intrappolata nel corpo di un ragazzo da quando avevo quattro anni. Per molto tempo non ho saputo dell’esistenza di una parola per definire questa sensazione, né che fosse possibile per un ragazzo diventare una ragazza, così non l’ho detto a nessuno e ho semplicemente continuato a fare cose convenzionalmente da maschi per cercare di adattarmi.

Quando avevo 14 anni ho imparato cosa volesse dire la parola “transessuale” e ho pianto di gioia. Dopo dieci anni di confusione avevo finalmente capito chi ero. L’ho detto subito a mia mamma e lei ha reagito molto negativamente, dicendomi che era una fase, che non sarei mai stato davvero una ragazza, che Dio non fa errori e che ero io a essere sbagliata. Se state leggendo questa lettera: cari genitori, non dite così ai vostri figli. Anche se siete cristiani o siete contro i transessuali, non dite mai questa cosa a nessuno: specialmente ai vostri figli. Non otterrete niente a parte far sì che odino se stessi. È esattamente quello che è successo a me.

Mia mamma ha iniziato a portarmi da terapisti ma solo da terapisti cristiani, tutti con molti pregiudizi, quindi non ho mai avuto le cure di cui avrei avuto bisogno per la mia depressione. Ho solo ottenuto che altri cristiani mi dicessero che sono egoista e sbagliata e che avrei dovuto cercare l’aiuto di Dio.

Quando avevo 16 anni mi sono resa conto che i miei genitori non mi avrebbero mai aiutata, e che avrei dovuto aspettare di compiere 18 anni per iniziare qualsiasi terapia e intervento di transizione, cosa che mi ha davvero spezzato il cuore. Più aspetti, più la transizione è difficile. Mi sono sentita senza speranze, sicura che avrei passato il resto della mia vita con le sembianze di un uomo. Quando ho compiuto 16 anni e ho capito che i miei genitori non avrebbero dato il loro consenso per farmi iniziare la transizione, ho pianto finché non mi sono addormentata.

Ho sviluppato nel tempo una specie di atteggiamento “vaffanculo” verso i miei genitori e ho fatto coming out come gay a scuola, pensando che forse sarebbe stato più facile così un giorno dire che in realtà sono transessuale. Per quanto la reazione dei miei amici sia stata buona, i miei genitori si sono arrabbiati. Hanno pensato che volessi compromettere la loro immagine e che li stessi mettendo in imbarazzo. Volevano che fossi il classico piccolo perfetto ragazzo cristiano e ovviamente non era quello che volevo io.

Quindi mi hanno tirato via dalla scuola pubblica, mi hanno sequestrato il computer e lo smartphone e mi hanno impedito di frequentare qualsiasi social network, isolandomi così completamente dai miei amici. Questa è stata probabilmente la parte della mia vita in cui sono stata più depressa, e sono ancora stupita di non essermi uccisa già allora. Sono stata completamente sola per cinque mesi. Nessun amico, nessun sostegno, nessun amore. Solo la delusione dei miei genitori e la crudeltà della solitudine.

Alla fine dell’anno scolastico i miei genitori finalmente mi hanno restituito il mio smartphone e mi hanno permesso di tornare sui social network. Ero felicissima, finalmente potevo riavere indietro i miei amici. Ma solo all’inizio. Alla fine mi sono resa conto che anche a loro non importava molto di me, e mi sono sentita persino più sola di quanto fossi prima. Piacevo agli unici amici che pensavo di avere per il solo motivo che mi vedevano per cinque giorni ogni settimana.

Dopo un’estate praticamente senza amici unita al peso di dover pensare al college, di risparmiare per quando avrei lasciato casa, di tenere alti i miei voti, di andare in chiesa ogni settimana e sentirmi di merda perché in chiesa tutti sono contrari a quello che sono, ho deciso che ne ho abbastanza. Non completerò mai nessuna transizione, nemmeno quando andrò via di casa. Non sarò mai felice con me stessa, col modo in cui appaio e con la voce che ho. Non avrò mai abbastanza amici da esserne soddisfatta. Non troverò mai un uomo che mi ami. Non sarò mai felice. Potrò vivere il resto della mia vita come un uomo solo che desidera essere una donna oppure come una donna ancora più sola che odia se stessa. Non c’è modo di averla vinta. Non c’è via d’uscita. Sono già abbastanza triste, non ho bisogno di una vita ancora peggiore di così. La gente dice che “le cose cambiano” ma nel mio caso non è vero. Le cose peggiorano. Le cose peggiorano ogni giorno.

Questo è il succo, questo è il motivo per cui mi sento di uccidermi. Mi dispiace se per voi non sarà abbastanza una buona ragione, lo è per me. Per quel che riguarda le mie volontà, voglio che il 100 per cento delle cose che possiedo sia venduto e che il denaro (più i soldi che ho da parte in banca) siano donati a un movimento per il sostegno e per i diritti delle persone transessuali, non importa quale. L’unico momento in cui riposerò in pace arriverà quando le persone transessuali non saranno più trattate come sono stata trattata io: quando saranno trattate da esseri umani, con sentimenti validi, sinceri e legittimi, e con dei diritti umani. Le questioni di genere devono essere insegnate a scuola, prima è e meglio è. La mia morte deve significare qualcosa. La mia morte dev’essere contata tra quelle dei transessuali che si sono suicidati quest’anno. Voglio che qualcuno guardi a quel numero e dica “questa cosa è assurda”, e si occupi di sistemarla. Sistemate la società. Per favore.

Addio,

(Leelah)  Alcorn”

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