Sulla strada della Beat Generation

«Cos’è quella sensazione che si prova quando ci si allontana in macchina dalle persone e le si vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi? È il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l’Addio. Ma intanto, ci si proietta in avanti verso una nuova, folle avventura sotto il cielo»

Jack Kerouac, Sulla Strada

Nel 1947 Jack Kerouac si avvia verso Denver per compiere il primo dei tre viaggi che gli consentiranno di scrivere On The Road (o Sulla Strada, in italiano). Quello che lo scrittore di Lowell non sa è che il suo manoscritto sarà il manifesto programmatico di una generazione. Il rifiuto delle norme imposte, la sperimentazione delle droghe, il rifiuto del materialismo ed il topos del viaggio diventano i cardini della Beat Generation, nata all’ombra di intellettuali come Allen Ginsberg e William Burroughs.

Parte del movimento beat sfociò, addirittura a quasi vent’anni di distanza, col movimento hippie e le proteste anti-Vietnam (soprattutto quelle dell’italoamericano Mario Savio all’Università di Berkeley).  Un bel romanzo per capire vita, crisi, eccessi e morte della hippie culture è Paura e Disgusto a Las Vegas di Hunter S. Thompson (a livello qualitativo niente a che vedere col film di Terry Gilliam, con Johnny Depp e Benicio Del Toro). Ma torniamo alla beat generation: in un quartiere di NY, il Greenwich Village, si radunano scrittori, intellettuali, musicisti e poeti del tempo. È in questo laboratorio culturale che il folk ed il country smettono di essere generi per redneck con cappelloni da cowboy e con la bandiera degli Stati Confederati appesa sopra il letto.

imagesCentinaia di giovani tentano la fortuna in un genere che chiameremmo oggi singer/songwriter, fra i quali spiccheranno Dave Van Ronk (il film dei fratelli Cohen A Proposito di Davis parla della sua vita) e un ragazzino che, arrivato dal Minnesota accompagnato, come per i migliori bluesman, dalla leggenda secondo la quale sarebbe stato il diavolo in persona ad insegnargli a suonare, in cambio, ovviamente, dell’anima. Stiamo parlando di Robert Allen Zimmerman, alias Bob Dylan. Descrivere la figura poliedrica di Bob Dylan è un esercizio su cui non posso e non voglio accingermi. Rappresentare Dylan, uomo dalle mille vite e dai mille volti, in un pezzo da tremila battute non è cosa umanamente possibile, vi basterà sapere che è (termine coniato ad hoc sul momento) tremendamente figo.

Bob Dylan non è una figura bidimensionale. Bob Dylan è troppo intelligente per suicidarsi a ventisette anni come un Kurt Cobain qualsiasi. Secondo alcuni Dylan era il cantore della beat generation, secondo altri addirittura delle neonate Black Panther, per altri del movimento hippie. La verità è che Dylan è il cantore di se stesso.

La cultura hippie, e di conseguenza quella beat, ebbe il suo apice nella famigerata Summer of Love e con i festival di Monterrey e di Woodstock. La guerra in Vietnam terminava agli albori dei ’70, e molti cardini motivazionali dei figli dei fiori venivano a tramontare. Lo spirito libertino e viaggiatore di Kerouac, slegato da inutili inquinamenti in stile “figli dei fiori” (ah, la mia posizione nei confronti degli hippies non si era capita?), sarà da modello per ogni giovane munito di una valigia e di una mente aperta.

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