Ridiamo per non piangere

Crisi economica e precarietà. Giovani e lavoro. Giovani in fuga. Altri in figa. Con i miei abili strumenti da “sociologo fai da te” ne ho individuato tre macrocategorie.

1) Il tradizionalista

È il giovane che non si è mai mosso dal suo paese. Se non per andare una volta ad Amsterdam oppure a Barcellona. Esperienza memorabile e che ricorderà tutta la vita. È quello che quando gli chiedi “che combini” risponderà “niente, qua il solito, tu?”. Vive da sempre nel suo paese d’origine, periferia qualunque di una qualunque regione dell’italiana meridionale. Si lamenta che non c’è lavoro, e a riguardo, talvolta, tende a somigliare impressionatamente al Mario cantato dai Derozer. Lavoricchia quando trova, per lo più come animatore o bagnino in un villaggio turistico, se è fortunato fa un lavoro trovato tramite il padre/zio/amico. Se la cava bene economicamente, anche forte del costo della vita simile a quello dei paesi dell’est europa. Il resto del tempo lo passa al bar, con gli stessi amici d’una vita, a parlare di chi ha messo incinta chi o della partita di calcio. Scopa con la ragazza/o che conosceva dalle elementari e sul/sulla quale ha deciso di ripiegare dato che la possibilità di fare nuove conoscenze in un paese di diecimila persone è davvero basso. Vive coi genitori, e non si capisce se è più lui che malsopporta loro o loro che malsopportano lui. Lui non vede l’ora di dire “me ne vado di casa” e loro non vedono l’ora che lo faccia davvero. Il tradizionalista vive aspettando l’estate, che è l’unico mese e mezzo su dodici degno di essere vissuto nella sua regione X di appartenenza. In quel mese va al mare e ingurgita litri di troppo costosi cocktail nei locali di tendenza, presso rinomate località marittime, rivede con piacere gli amici che vivono altrove, e se gli va di lusso copula con il/la turista di turno. Il tradizionalista è l’individuo del vorrei perenne. “Vorrei studiare, vorrei lavorare, vorrei spostarmi, vorrei provare ad andare via, vorrei conoscere gente nuova, vorrei cambiare aria, vorrei vivere da solo.” Ma intanto beve una birra al bar, che non si sa mai.

Vita sociale: 4

Vita lavorativa: 7

288995

2) Il fuori porta

È il giovane fuggito di casa fresco di diploma o di triennale. Si è laureato nel doppio del tempo, incastrando esami tra spritz, moretti da 66cl, ganja, concerti e pisciate per strada alle 4 di notte. Ormai ha perso il suo accento ma non la cadenza, quindi quando torna in balùbia verrà sfottuto dagli gli amici per ciò, e quando invece sta al nord italia verrà additato come “meridionale”. Un terrone rimane terrone anche dopo vent’anni anni a Milano. A meno che non diventi ricco. In questo caso sarà riconosciuto come “ricco” e basta. Ma non è il caso del fuori porta. Egli infatti non “lavora”, egli “sopravvive” con ogni tipo di occupazione, rigorosamente retribuita sotto il minimo sindacabile, che la magnanima città nordica ospitante di turno gli offre. Porta a porta, addetto call center, hostess, impezzatore pubblicitario, e via discorrendo. In caso diverso ricoprirà il ruolo sociale di startupper. Tanto adesso la start-up va alla grande. Crei un app che geolocalizza il cane che ha cagato per strada, così non la pesti. Oppure l’app che ti avverte se ci son finocchi nei dintorni. Geniale, no? No. Il fuori porta è quello che se gli chiedi “beh, trovato lavoro?” ti dirà “mah, ho iniziato una collaboration, in pratica un internship per una multi che tratta di import-export, io ricorpro il ruolo di social media account junior nel settore corporate, un bel lavoro dai”. Quello che non ti dirà mai è che in pratica fa uno stupido lavoro d’ufficio, incluse noiose ricerche internet, caffè e fotocopie, il tutto venendo brutalmente sottopagato o (più probabile) non venendo pagato affatto. “Ah ma solo per poco, finito il periodo di formazione mi assumono”. Certo, credici. E, cosa più importante di tutte, ometterà che, senza i soldi di mammina e papino, sarebbe in tangenziale a vendere il proprio deretano per potersi comprare un panino e non morire di fame, a maggior ragione dato il costo della vita alto quanto quello di Svizzera e Lussemburgo messe insieme. Scopa con altri universitari/universitarie o “amici di amici”, o erasmus spagnoli/e in estro, rigorosamente conosciuti in giro e sbronzi e/o fatti come non mai. Il fuori porta è l’individuo del farò perenne. “Farò un corso, farò un master, farò un tirocinio, farò uno stage”. Dai retta a me, l’unica cosa che farai è la fame.

Vita sociale: 9

Vita lavorativa: 3

PiazzaVerdi

3) Il cervello in fuga

È il giovane che dopo la laurea triennale e o il master decide “Basta, Italia di merda, io me ne vado! Non resterò qua a farmi sfruttare!” e quindi fugge via dall’Italia. A farsi sfruttare a Londra, o in qualsiasi altra città europea. Lavora part-time in qualche fast food, come cameriere in un ristorante di altri terroni, fa l’au-pair (leggasi “pulire la merda”), il PR per qualche discoteca, o volantinaggio, o qualsiasi lavoro di estremamente bassa manovalanza. Cosa poco compatibile con il suo percorso di laurea e, sopratutto, con quelle che erano le sue innocenti aspettative. Il cervello in fuga lo vedrete scrivere su facebook, dopo essere arrivato a Londra da appena dodici ore, emblematici stati inneggianti la nuova vita “Ehilà gays, uozzapp? Here in L’Ondon very very very good! Drinking beer and fucking a lot, biutiful girls and people very simpatics! Fack ITALY!!1!”. Sei mesi dopo il suo inglese non sarà migliorato, se non impercettibilmente. In realtà essendo egli terrone e/o provincialista e avendo quindi già un importante problema con l’italica lingua, semplicemente traslerà le sue incapacità sintattico-grammaticali, in maniera ancora più disastrosa, nella nuova lingua (inglese-tedesco-francese-spagnolo che sia). Passerà mesi altalenanti tra lo stare in casa malinconicamente alla finestra, maledicendo la perenne pioggia ed il freddo londinese-berlinese, e la sperimentazione di droghe sintetiche delle quali prima aveva solo sentito parlare. Magicamente diventerà ultranazionalista, non perdendo occasione per ribadire orgogliosamente all’europeo di turno la sua italica provenienza: più stai lontano da “casa” e più hai voglia di “casa”, è matematico. Si scopa una punk trovata la notte per strada per poi scoprire che, prima dell’operazione, il suo nome era Frank e non Mary. Il cervello in fuga è l’individuo del qua perenne. “Qua mangiamo questo, qua si fa così, perchè qua è meglio, qua si esce la sera, qua la gente dice questo e la gente fa quello”. Qua, qua e sempre qua. Dopo sei mesi di stenti tornerà a casa in Italia affamato e bagnato, come neanche il gattino della Barilla. 

Vita sociale: 8

Vita lavorativa: 4

taliskerstorm_ldn_119

Quindi cari tradizionalisti, fuori porta e cervelli in fuga, deponiamo le armi, cessiamo i paragoni e stringiamoci la mano, o ancor meglio abbracciamoci, perchè in fondo, siamo tutti sotto lo stesso cielo.

(Ovvio: siamo tutti sotto un ponte.)

Annunci

Dì la tua!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: