Paura e delirio in periferia

Tor Sapienza, Roma. Giambellino, Milano.

Questi due quartieri periferici di queste grandi città sono ormai tristemente salite alla ribalta dei nostri quotidiani nazional-popolari. Ma perché? Davvero esiste una periferia “buona” ed una “cattiva”? Per capire il futuro di qualcosa bisogna innanzitutto conoscere il suo passato. Le periferie, così come le conosciamo, sono sempre esistite nelle nostre città; se ne possono nominare altre non così note o comunque ormai “bonificate”. Lambrate e Bicocca a Milano, ad esempio, adesso quartieri universitari, ma prima quartieri di fabbriche e lavoratori, di sicuro non architettonicamente gradevoli, ma di certo periferie urbane agli albori del secolo. La vita nelle periferie non è mai cambiata, c’era il degrado, c’era l’asetticità delle architetture, funzionali e non gradevoli alla vista, c’era anche la microcriminalità.3998

Tutto questo per iniziare ad introdurre un argomento molto semplice, che è la “paura” che si insinua nelle nostre città. Zygmuth Bauman in un suo piccolo saggio “Fiducia e paura nella città” sostiene che questa aggressività della classe media (e bassa aggiungo io per contestualizzare) deriva dalla paura di perdere il benessere di cui finora si era goduto, scaricando la colpa sul “diverso”, sull’altro, sull’estraneo. Scatenando, di fatto, una guerra tra poveri. Questo con gran godimento di banchieri e istituzioni che si vedono discolpate di un peccato che gli appartiene di diritto. In una situazione di forte crisi economica e di, ormai, irreversibile globalizzazione, ad aggravare la situazione, si è verificata anche una grossa e letale perdita di identità comunitaria (di quelle inclusive, che accolgono chi viene da fuori) che rendeva la vita di quartiere (o di paese anche) decisamente più sopportabile durante le difficoltà, ed anzi faceva da collante tra le persone e da energizzante per trovare le soluzioni migliori per vivere al meglio.

poveri-italianiOggi invece, questa identità si è persa: le città si sono spopolate in favore di metropoli sempre più transitorie, con poche persone realmente nate e cresciute li, ed i pendolari confinati in quartieri periferici o paesi satelliti. Con l’esplosione di questa crisi economica violenta e (sembra) senza via di uscita la mancanza di una identità comunitaria ha creato delle fratture irreversibili nella popolazione dei quartieri che più soffrono, quelli con alta povertà, con grandi difficoltà occupazionali ed economiche, quartieri abbandonati dalle politiche urbanistiche e di sostegno sociale (se non dalle istituzioni tout court), rendendo questi luoghi (o “non luoghi” come sostiene qualcuno) facile preda di xenofobie, razzismo, criminalità organizzata che più di ogni altro è riuscita a sfamare domande e bisogni della popolazione abbandonata.

Ma da questo scenario apocalittico c’è una via di uscita? Sembra tutto così scuro e tenebroso da farci paura, ma non bisogna averne. Nei libri di Tolkien chi diviene preda della paura sfocia nella follia ed è destinato a soccombere. Invece a New Orleans hanno imparato bene la lezione e nel “segregato sud” degli Usa, dove vigevano delle vere e proprie leggi raziali, già nel 1960, molto prima che la carta dei diritti civili venisse approvata (1964) si era capito che le tradizioni, la storia, il senso di comunità, dovevano essere preservate in vista del futuro per evitare che la comunità si chiudesse e soccombesse a mali terribili. Così, da un’idea di una coppia bianca, nacque la Preservation Hall, una galleria d’arte trasformata in luogo di conservazione dell’unica forma di cultura totalmente americana, il jazz, dove bianchi e neri potevano gustarsi i migliori ensamble della città e senza alcool o bevande ascoltare dell’ottima musica, la migliore perfino.

Preservation-Hall-Jazz-New-Orleans1

Sembra assurdo ma questa iniziativa di Allan Jaffe (adesso in mano al figlio) ha creato quel senso di comunità interraziale che ha fatto in modo che la città non soccombesse ad una tragedia come la devastazione portata dall’uragano Kathrina. Anche loro del tutto abbandonati dalle istituzioni, come comunità, si sono rimboccati le maniche ed hanno ricostruito tutto da zero, anzichè puntare il dito contro chi, invece, poteva essere un facile capro espiatorio di una situazione terribile. La Storia, il passato, sono cose che vanno preservate per poter creare comunità solide ma includenti, accoglienti, che con le loro forze possano uscire da periodi neri e da difficoltà che sembrano insormontabili. Le domande che però rimangono senza (per ora) risposta riecheggiano: i media sono pronti a proporre questa spinta propositiva? E noi siamo disposti a fare delle differenze una risorsa, scegliendo di fronteggiare nemici terribili e soprattutto invisibili?

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