Il siero della felicità

È davvero così difficile trovare del “positivo” attorno a noi? Tralasciando disquisizioni ermeneutiche sul termine tout court, il fatto che possa essere una valutazione personale, che abbia una valenza indiscutibilmente soggettiva, la domanda reale si traduce in qualcosa come: “è possibile l’esistenza di un siero della felicità?” Iniziando a pensare a quello che ci rende felici non può che scapparci un sorriso, una sensazione di benessere, un friccico nel cuore, un brivido lungo la schiena. Questo è positivo, il corpo sente di stare bene. Sicuramente l’ipotesi più ferma e certa che abbiamo è che mente e corpo non possono essere divise in due mondi diversi, lo sotenevano i filosofi dell’antica Grecia (soprattutto quando si parlava della ricerca del bene ultimo) così come lo sosteneva Riccardo Massa, che si inalberava quando distingueva tra emozioni e ragionamenti.

shutterstock_11187940Tutte le esperienza hanno un portato non trascurabile di emozionalità, di tremori, di distruzione e creazione di sentimenti. Freud nel definire il “trauma” non separava il fattore psichico da quello corporeo e necessariamente doveva sottostare a questa grande legge della realtà. Certo, le nostre esperienze, positive o negative, sono una forte fonte di apprendimento ed anche di percezione delle “cose”. Le delusioni ci allontanano da ciò che ci ha provocato delusione, le cose piacevoli tendono ad avvicinarci ad esperienze che ci provocano lo stesso benessere, che è sia fisico che mentale. Resta da capire cosa ci fa stare bene e cosa no. Ebbene, una semplice pratica che può “darci una mano” nel capire come siamo fatti e come reagiamo nelle varie situazioni è l’autoetnografia. Più semplicemente, la narrazione di noi stessi attraverso noi stessi. Immaginate di essere un fiume, uno qualsiasi, e di sentire il vostro scorrere nel tempo: ecco, il risultato del raccontare la nostra vita passata a noi stessi è come percorrere noi stessi, il fiume, percorrendo il nostro letto, accarezzando i nostri argini. Sembrerebbe semplice, ma invece, immersi come siamo in un horror pleni di rumori, fatti, cose, esperienze, sempre più veloci e sfuggenti, finisce che non riusciamo a vivere il nostro tempo.

invisible-manEd è proprio questo il punto. Il primo passo per conoscerci e viverci meglio è proprio scoprire quel qui ed ora, quel luogo e quel tempo in cui viviamo, che non è una analisi della realtà, ma, molto più semplicemente, un scoprirsi parte attiva di un silenzio (che non è un silenzio vuoto, assoluto) che è pieno di noi. Molti autori scrivevano lettere e contemporaneamente scrivevano un diario anche con gli stessi argomenti, il quale non era un esercizio fine a se stesso ma piuttosto un raccontarsi a se stessi, immergendosi nel silenzio di quello che era successo in quella situazione che ci si racconta. Nel momento in cui scriviamo siamo già diversi mano a mano che il flusso di parole prende forma davanti ai nostri occhi. Rileggere a distanza di tempo il frutto di quel momento ci rende ancor più diversi rispetto a quando stavamo scrivendo, facendoci scoprire cose di noi che non potevamo sapere, i segreti più intimi di noi stessi che non potevano esserci rivelati se non proprio da noi stessi! Maria Zambrano, nel suo esilio auto-imposto, lungo tutta la vita, sosteneva che esiste un segreto, che è anche quello dei profeti, ed esiste solo e soltanto per essere rivelato. Quindi non esistono scritture, poesie, racconti che prive d’un desitnatario, proprio perché nel momento in cui scriviamo, quel segreto che piano piano prende forma ha sicuramente un destinatario che ne abbisogna.

Il disvelamento della realtà, lo scoprirsi nuovi è sicuramente qualcosa di soggettivo ma è la prima cosa che dobbiamo fare per scoprire noi stessi, cosa ci piace, cosa ci fa soffrire. La scrittura è sicuramente la più alta forma di cura di noi stessi. Per scoprire come siamo fatti al riparo dal caos della velocità del nostro tempo, per capire come trovare del positivo nei nostri giorni più bui, per aver cura di noi stessi e di conseguenza aver cura anche degli altri. Chiudo qua consigliandovi due letture: Il segreto all’opera di Emanuela Mancino e Verso un sapere dell’anima di Maria Zambrano. C’è sicuramente del positivo intorno a noi e l’unica cosa da fare per non essere ingabbiati nel buio di un horror pleni e per sfuggire ad un horror vacui che tanto ci spaventa è sicuramente quello di perpetrare una costante e perseverante cura di noi stessi, conoscendoci sempre di più.

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