Dark waters

J. P. O’ Neill, The great New England Sea Serpent*. Una disciplina come la criptozoologia, che studia gli animali delle leggende e delle dicerie per stabilire se dietro tali leggende e dicerie ci siano animali veri, magari sconosciuti alla scienza, parrà forse a molti di noi un modo perverso di perdere tempo. Cresciuti come siamo nel disprezzo del sapere antico, non ci sembra possibile che racconti di avvistamenti e osservazioni peculiari possano essere non dico vere, ma se non altro in buona fede. I biologi, dal canto loro, sono poco tolleranti verso qualunque cosa sappia di fantastico e bestemmiano come anziani veneti alla minima provocazione. E d’altronde non si può nemmeno negare che la disciplina, fondata da Bernhard Heuvelmans (1916-2001), non abbia così tanto séguito anche perché dà ai nerd la speranza, spesso fallace, di scovare yeti, sirene o megalodonti e dare così un po’ di tregua alla fantasia, mutilata tante volte dalla realtà.

Hans_Egede_1734_sea_serpentSta di fatto, però, che nel libro di Junella O’Neill non troverete nessuna concessione alla fantasia. Solo nell’ultimo capitolo l’autrice si permette qualche timido e generico accenno alla possibile fisiologia del protagonista del libro, il Grande Serpente di Mare, che campeggia nel titolo del libro per ragioni puramente informative. Ma il sottotitolo è una dichiarazione d’intenti. Il libro vuole essere «un resoconto su creature sconosciute, avvistate da numerose persone rispettabili tra il 1638 ai giorni nostri». A dispetto del titolo, non si parla di creature specifiche, né si vuole dimostrare l’esistenza di questo serpente di mare, o addirittura dargli un nome scientifico, come è stato più volte fatto in passato. Parliamo di “creature sconosciute”, che resteranno tali alla fine del libro; e parliamo di “avvistamenti”: si tratta dunque di un libro di critica delle fonti (in questo caso, le uniche disponibili). Di fronte a un fatto, si cerca di comprenderne la natura e le cause: se non ci si riesce, il fatto resta inspiegato, senza negarlo affannosamente solo perché non si è potuto spiegarlo.

Nel nostro caso, il ‘fatto’ consiste in una serie di leggende e avvistamenti, che si estendono dal XVII secolo a poche decine di anni fa, e che riguardano un misterioso abitatore delle acque del New England: quella porzione di Oceano Atlantico che lambisce la Nuova Scozia, scende nel Golfo del Maine, e scivola verso il New Hampshire e il Massachusetts, toccando Capo Cod, Nantucket, Gloucester; una regione marina che ha contribuito a fare la storia degli Stati Uniti per i suoi giganteschi banchi di pesce, popolati da merluzzi, mackerels, aringhe e haddocks. È in questa zona, e praticamente solo qui, che agli indiani prima, e agli americani poi, è capitato più volte di vedere nuotare il Grande Serpente di Mare. Le testimonianze raccolte sull’argomento coprono quasi tre secoli, e una volta sfrondate da quelle deliberatamente false, quelle involontariamente colorite e quelle fuorvianti, rimane sul tavolo una serie di elementi che si ripetono regolarmente per tutto l’arco di tempo considerato.

L’enigmatica creatura avrebbe forma di serpente: nessuna pinna è visibile. Nuota velocemente come nuoterebbe un mammifero, cioè tramite ondulazioni verticali, e non orizzontali, come farebbe un rettile o un pesce. Le dimensioni, calcolate ogni volta da distanze più o meno considerevoli, oscillerebbero tra 15 e 20 metri. A distinguerlo chiaramente da un gruppo di otarie o foche che nuotano in fila indiana, e che da lontano possono sembrare un unico animale, è il fatto che nuota tenendo la testa, grande come quella di un cavallo, ben alzata sopra l’acqua (di norma, i testimoni riferiscono un’altezza di sei piedi: un metro e ottanta). Non è aggressivo, e non risultano suoi attacchi; se disturbato o avvicinato, si inabissa senza fretta. Ad avvistarlo sono perlopiù pescatori e abitanti delle città portuali locali, che hanno visto ogni sorta di creatura marina, e che puntualmente dichiarano: questo era diverso. Compare regolarmente all’apice della stagione della pesca, segno che evidentemente, come i pesci, gli squali, i delfini e gli altri cetacei, segue le migrazioni annuali dei grandi banchi, ed è in qualche modo inserito nella catena alimentare.

Ed è proprio per questo, secondo l’autrice, che era più facile avvistarlo nella prima metà dell’Ottocento (memorabile fu l’estate del 1817 a Gloucester, con centinaia di avvistamenti certificati), quando ancora i grandi banchi non erano stati depredati dalla pesca. Se mai questa creatura è davvero esistita nei termini in cui è stata descritta, sembra dirci la O’Neill, era sicuramente rara, ed è molto probabile che l’abbiamo fatta estinguere prima di poterla effettivamente scoprire. In assenza di un esemplare, il nostro amico, visto fino alla nausea per più di tre secoli, deve rimanere in quella zona grigia dove l’assenza di prove non è prova dell’assenza, e dove le fonti, spremute fin dove si poteva legittimamente spremerle, bloccano la nostra conoscenza sull’argomento. Non di delirio o di voluta menzogna si tratta qui; ma di uno dei tanti piccoli misteri insoluti, e forse irrisolvibili, che la vicenda umana si porta dietro da sempre.

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