Acah

Vi giuro che è davvero difficile parlarne. Parlare di Federico Aldrovandi. Di Giuseppe Uva. Ancora di più lo è parlare di Stefano Cucchi, in un post-sentenza che ancora brucia e fa male. È davvero arduo farlo, credetemi. Per me che da circa quattordici anni mi definisco anarchista. Perchè, per chi aborre questa forma di Stato e la coercizione come modus d’organizzazione sociale, è ovvio che venga naturale nutrire avversione verso la Polizia. Sentire parole di condanna verso i gendarmi da un anarchico è scontato, ammettiamolo. È come sentire un vegano condannare le cosidette “fabbriche della carne”. Lo sforzo vero, quel sincero e vigoroso slancio d’onestà intellettuale, lo si vede nel momento in cui si fa autocritica, quello in cui si realizza un mea culpa verso la propria “fazione”. Ecco perchè apprezzo particolarmente quando un poliziotto prende le distanze dai colleghi violenti, ad esempio.

poliziotto2Ma facciamo un passo indietro: Genova, 2001, G8. Io allora andavo al Liceo. Facevo parte di quella giovane (presuntuosa e spocchiosa) élite di sinistrorsi e radicali, quegli incantati sbarbatelli che credevano che il mondo, se non domani magari dopodomani, potesse diventare migliore. Tutti noi, in quel caldo luglio, seguimmo alla tv quell’abominio: i pestaggi, Carlo Giuliani, il massacro alla scuola Diaz, e Bolzaneto. Ricordo la rabbia, il senso così forte di ingiustizia, di soppruso. Ricordo le immagini: donne, giovani, anziani, trattati come neanche le bestie al macello, da quei poliziotti che erano là per “garantire l’ordine”. Ricordo manifestanti inermi a terra e sopra di loro divise blu che agitavan manganelli. Ricordo il sangue. Davvero tanto sangue.

E ricordo che, forse per la prima volta nella Storia, i media non perdonarono. Il web 2.0 era nato da poco, e la viralità insito in esso diede grande prova di forza. I video degli abusi iniziarono a girare nei siti, e tramite eMule. Ed a girare sul net furono anche i non pochi documentari, man mano realizzati con il materiale audio e video, catturato dai manifestanti di tutto il mondo. Ad un mese di distanza, a Genova, campeggiava su un muro la scritta “col ricordo di Carlo nel cuore, godrò nel vedere uno sbirro che muore”.

È difficile parlare oggi, a distanza di tredici anni. Tredici anni di cambiamenti sociali, di ideologie prese e rigirate come calzini. Di idee che vacillano, che mutano. Ma in tutto questo rimane sempre un punto fermo: venire uccisi senza motivo da un poliziotto, non è accettabile. È assolutamente, totalmente, imprescindibilmente, inaccettabile. A maggior ragiore per una società come la nostra che si dichiara evoluta, democratica e libera. È inaccettabile che un poliziotto, pagato da noi, possa essere libero di utilizzare violenza verbale e fisica per il suo puro compiacimento, essendo semmai egli sempre obbligato ad “un uso proporzionato e legittimo della forza”. È inaccettabile che si debba temere chi dovrebbe proteggerci, farci sentire al sicuro. È inaccettabile che dobbiamo pagare noi, al costo di umiliziazioni nel caso migliore, o con la Vita stessa in quei noti casi limite, l’ignoranza e la brutalità di certi elementi in divisa.

Non credo che nessuno, seriamente parlando, voglia una società senza un sistema organizzato attuo a garantire l’ordine e la sicurezza. Il problema è che queste “forze dell’ordine” devono essere parte integrante di un sistema condiviso di valori, di visione della società stessa. Ed è per questo che, nel caso in cui sbaglino e gli sbagli vengano accertati (chiunque è innocente finchè non venga accertata la colpevolezza), devono pagare. Questi individui non devono essere protetti a prescindere dallo Stato o dal loro sindacato d’appartenenza, nel caso in cui siano palesi le colpe. Tantomeno è inammissibile vengano “coccolati” da politici legati a residuati ideologici reazionari. “Chi sbaglia paga” è una logica giusta, e che deve valere per tutti. Tutti.

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Quindi, cari poliziotti, se volete evitare che un numero sempre crescente di persone vi veda come subumani in divisa, non comportatevi da tali. Io ve lo chiedo sinceramente: ridateci la speranza, ridateci la possibilità di fidarci di voi. Io mi rifiuto categoricamente di credere nell’acronimo Acab, io invece voglio credere in Acah: all cops are humans! Ma questo è onere vostro dimostrarcelo. Ridateci la capacità di vedere in voi, sotto quella divisa e quel casco, degli esseri umani con una dignità. E voi fate lo stesso, sforzatevi di vedere in noi non un nemico da combattere, ma un ipotetico padre, fratello, figlio, amico. E, per concludere, cari poliziotti, la prossima volta, quel manganello, prima di alzarlo ripetutamente su un ragazzino innocente che se ne torna a casa la notte: FICCATEVELO SU PER IL CULO.

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