Dave Grohl, tra punk e pedagogia

Non mi sono mai piaciuti quelli che “no, ma quel gruppo è troppo commerciale, troppo allegro, non sono intellettuali”. Non mi sono mai piaciuti quelli che si reputano intelligenti o alternativi rispetto alla musica che ascoltano. Sono uno che ha sempre ammirato idee come la Dischord Records e la scena punk-rock di Washington (Fugazi, Minor threat, Scream, Bad Brains, solo per citarne alcuni). Per questo ascolto anche i Foo Fighters: non perché siano “la migliore rock-band del mondo”, nemmeno perché sono innovativi nel genere che suonano. Semplicemente mi piacciono e li ascolto, anche per idee come Sonic Highways.

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Parte tutto venti anni fa, quando Dave Grohl (ex batterista dei Nirvana e mille altri gruppi) decide di entrare in uno studio di Seattle con un pugno di canzoni e registrarle da solo: quelle canzoni sarebbero diventate i Foo Fghters. Niente di innovativo, ma dopo venti anni di attività hanno scelto di cambiare metodo compositivo, renderlo una sorta di sfida, e così decidono di fare un documentario sul come avrebbero concepito questo nuovo disco. L’han fatto girando per un anno le più famose città della musica degli USA (otto per essere precisi, tra cui: Washington, Chicago, Seattle, Los Angeles) registrando una canzone alla settimana negli studi più importanti delle città in cui andavano. Sembra finita qui. In realtà il documentario (che è una serie televisiva mandata in onda in questi giorni e fino a inizio di dicembre in 8 puntate/8 canzoni che finiranno nel disco) si intitola Sonic Highways e proprio lo sguardo che utilizza Grohl (che oltre ad essere frontman dei FF è anche regista ed ideatore della serie) è tutt’altro che banale. È bensì completamente spiazzante rispetto a quello che ci si può aspettare da un gruppo rock affermato e con 20 anni di carriera alle spalle. Quello che ne viene fuori è uno spaccato della vita sociale e della storia sociale delle città musicali americane, con uno sguardo particolare rivolto alla quotidianità , alla storia, a quello che può contaminare l’educazione informale degli abitanti di una città, grande o piccola che sia, vecchia o nuova, meticcia o con una popolazione che è sempre stata quella. Parlando di pedagogia sociale, questo documentario è un manuale di come possa un territorio essere educativo (non nel senso delle buone maniere, ma della formazione a tutto tondo di una persona). Chicago con le sue “strade del Blues”, con i più famosi musicisti venuti dal sud che “cercavano 10 cent ed hanno trovato un quarto di dollaro”, il fiume e il tempo meteorologico orribile, la multiculturalità di una città che produce ricchezza e nella quale si va per cercare ricchezza, la storia di Buddy Guy che cercava di suonare con un filo passato dentro l’asola di un bottone. Insomma, il buon Dave Grohl, scanzonato, cazzone dei video dei Foo Fighters (da quello favoloso di Learning to fly fino a quello parodistico di Long road to ruin) si rivela raffinato osservatore sociale e grande attivista per metterci a conoscenza del fatto che ogni territorio, quartiere, periferia, educa, e non per forza alla mala vita.

Foo-Fighters-live

Molti educatori, sociologi puntano il dito su quartieri come Scampia, il Brancaccio di Palermo, via Quarti e viale Padova a Milano come frutto di emarginazione e povertà, senza via di uscita. Dave Grohl invece ci mostra un lato diverso della questione: parte da una città “separata” come Washington, la capitale; una città definita “la città delle grandi intenzioni”, piena di monumenti ai sogni che però si sono dimenticati in un cassetto. Washington, la città separata con i cittadini di DC, e poi i “washingtoniani”, quelli che sono solo di passaggio, che sono anche la maggioranza. Il centro storico pieno di affari e denari con i mendicanti agli angoli delle strade e poi la periferia, oltre il muro della tangenziale, che la separa dalla zona “in”; la periferia con le scuole fatte come “prigioni”, con gli edifici statali bianchi e poi “tutto il resto nero”. Parrebbe una qualsiasi delle nostre periferie, quelle periferie che conosciamo bene e che ci fa chiedere cosa possa nascere da questi quartieri grigi, sottomessi: non ci può uscire un Ghandi o Che Guevara, ci può uscire solo un Sandokan, come scrive Nanni Balestrini nell’omonimo libro. Ed invece… invece Dave Grohl ci dimostra che anche dalla periferia più nera può uscir fuoro un Ian MacKaye, fondatore della Dischord Records (la mamma del “do it yourself”, quello vero, non quello hipster dei giorni nostri). Persone che “facevano i dischi a mano, con le copertine fatte con la colla e le forbici, 10.000, 12.000 copie interamente fatte a mano”.

bad-brainsindexCi possono uscire i Bad Brains, primo gruppo punk rock di colore: loro però non pensavano di essere “di colore” o “disadattati”; loro erano dei punk, erano i Bad Brains. Da una città ferita, con una ferita nera, dopo la morte di Martin Luther King, l’esercito, la guardia nazionale, “i ragazzi con gli m-16, l’uniforme e tutta quella merda… non sapevamo nemmeno perché non potevamo uscire di casa”. Da questa città, da questa periferia, può nascere Positive Force e la Revolution Summer, con i suoi concerti punk rock e le sue proteste pacifiche contro l’apartheid, e nasceranno i movimenti sociali che riuscirono ad unire due mondi semplicemente facendoli comunicare e conoscere tra di loro. Mark Andersen ed il P.M.A. (positive mental attitude) dei Bad Brains, il punk, l’attivismo e l’Inner Ear Studio, con Don Zientana che produce il meglio del punk-rock-hardcore della Virginia, perché non è una questione di “smettere di fare quella musica rumorosa e fare della musica vera, perchè per fare punk rock non sai quante barriere devi rompere, devi oltrepassare, per farti ascoltare, conoscere ed avere delle locations per i concerti, è un’energia unica!”.

Dave Grohl, soprattutto nell’episodio di Washngton, ci fa scoprire un nuovo lato della periferia, dell’emarginazione: “si sono un pezzo di merda, e vedi questo pezzo di merda cosa riesce a fare”, con queste parole di Ian Mac Kaye che ci lancia verso una nuova, positiva visone. In soldoni, cosa può nascere da un paese (un territorio, un quartiere) periferico, senza servizi, senza futuro? Non ci viene fuori un Ghandi od un Che Guevara, ma, magari, non per forza un Sandokan. Però ci può venire fuori del buon, sano, e positivo punk rock. Un po’ come i Minor Threat, un po’ come i Fugazi. E se vi va, magari, dateci un ascolto a quello che di positivo può venire fuori da un posto senza speranza come quello sotto casa, dove il grigio e la noia dei parchetti infestati da adolescenti senza alternative per molti di noi hanno solo un futuro che sbocca inesorabilmente verso il male.

 

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