Uno stupro metaforico

Era settembre. Ma faceva ancora caldo, tanto. Sarà perchè stavo in Sardegna, forse. Quel pomeriggio giacevo sul letto della mia stanza, dormiente. Mi svegliai spontaneo, o forse per il trillo di qualche messaggio ricevuto dal mio Nokia 3210, dalla pacchiana cover giallo fluo, non ricordo bene. Ancora in stato comatoso aprì gli occhi, gli sgranai, stropicciai con le mani così da far diventare l’immagine formicolante un’immagine un poco più limpida.

Preso il telecomando, schiacciai un tasto a caso. Si accese la tv. Rai Due. Una voce diceva, confusa, “terza guerra mondiale”. La prima immagine che vidi, incredulo ed ancora stordito dal sonno, era quella di un grande e grosso aereo di linea, che penetrava, esplodendo, in un grattacielo.

Uno stupro… metaforico. Era l’11 Settembre. Anno 2001.

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Avevo 18 anni. E quel pomeriggio, quando aprì gli occhi, io vidi solo un grattacielo prendere fuoco, crollare poi. Pianti, grida, gente in fuga, polvere, panico per il popolo stelle&strisce. Mentre i giornalisti si masturbavano coscienti di aver riempito, per almeno un mese, la loro patetica mezz’ora di brainwashing quotidiano. Ma in quello stupro metaforico e surreale, in quella violenza disincantata e preparata con cura maniacale ed odio mortale, c’era qualcosa di più. Ancora di più di 3000 vittime civili innocenti, peraltro di 90 diverse nazionalità. Con quel tragico stupro metaforico, insieme ad un edificio, crollò anche tutta l’arroganza che esso rappresentava. La Nazione tronfia si sentì per una volta una bimbetta alla quale s’è rotto, inspiegabilmente, ed irreparabilmente, il gioco. L’America, abituata all’onnipotenza, a colonizzare e comprare tutto col denaro si sentì vulnerabile, debole, relativa. Perchè, per quanto il denaro e la violenza possano fare tanto: il rispetto dagli altri, come sappiamo, non lo si può comprare, né imporre.

Uno stupro metaforico. E da quel giorno, nulla sarebbe stato lo stesso.

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