Ice bucket challenge: le anoressiche lo fanno meglio di voi

Ice Bucket Challenge, ossia ciò di cui un pò tutti ciarlano ultimamente. Nata negli Usa un mese fa da Pete Frates, giocatore di baseball affetto da Sla, e diventata in appena un mese virale. L’idea della doccia fredda, ghiacciata anzi, ha coinvolto dallo sconosciuto dirimpettaio alla ragazzina affamata di attenzioni virtuali, passando per Jerri Vacanzeinsardegna Calà e arrivando fino a Vladimir Omofobia Putin. Le reazioni sono state disparate, dal rifiuto di Barack Democrazia Obama al sindaco di Palermo Leoluca Orlando che si versa addosso un bicchiere d’acqua (ignorando evidentemente il significato del vocabolo bucket) fino alla mossa dei 100€ elargiti generosamente dalla Littizzetto che, diciamocelo, a livello di immagine è stato un suicidio. littizzetto

La viralità è comprensibile e facilmente spiegabile

  • la patologia Sla (acronimo per Sclerosi laterale amiotrofica) è famosa alle orecchie dei più
  • l’empatia verso il dolore altrui (non perchè siamo buoni dentro ma semplicemente perchè dotati di neuroni specchio) è un ingrediente importante
  • la combo catena di sant’antonio+facebook è una miscela esplosiva
  • la generosità pubblica è una pratica sociale della quale non riusciamo a fare a meno, ci fa stare meglio con poco, e serve a lavarci un poco la nostra sporca, sporca coscienza
  • le attenzioni altrui stanno a noi come il cibo sta ai bulimici, ed i social network sono il nostro frigorifero

Fondamentalmente il brivido del like sul nostro video Ice Bucket Challenge ci provoca un piccolo dolce orgasmo interiore. Se siamo degli emeriti sconosciuti sentiamo il plastico calore digitale di quel pollice alzato, se siamo celebrità sappiamo che quei pochi secondi di malcelata autocelebrazione vestita da generosità è un ottima operazione di personal branding. Perchè puoi essere anche il merdosissimo Bill Monopolista Gates, ma appena quell’acqua gelida ti cade addosso, è come se lavasse via tutte le tue colpe.


 

Se davvero volete rendervi aiutando la ricerca per la Sla potete donare a questo indirizzo. Non vi renderà belli agli occhi altrui, ma, per citare Diego Cugia “L’egoismo è un harakiri. Il vero egoismo, semmai, è l’altruismo. Il bene ritorna, come un boomerang; il male, come una Ferrari”.

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2 commenti
  1. Kyef ha detto:

    Io ho 17 anni, e un padre che faceva il falegname e da quando ne avevo 9 è malato di SLA. E se c’è una cosa che posso è: tutte stronzate. L’Ice Bucket Challenge? Solo una trovata pubblicitaria, per senisbilizzare solo superficialmente le persone, per dare a tutti la possibilità di mostrare quanto sono buoni di cuore seguendo a menadito delle istruzioni, come mille altri. Alle celebrities incrementa il numero delle visualizzazioni su youtube, facebook, twitter, instagram, e ai malati a cui dovrebbe essere diretta tutta questa apparente generosità la situazione non cambia. Quando mio padre si è ammalato, a differenza di molti nella sua stessa condizione, invece di mettersi nelle mani di un ospedale specializzato attendendo pazientemente che per miracolo fosse trovata una cura che cambiasse l’inevitabile conclusione, lui si è dato da fare attivamente nel campo della ricerca, assieme ad un numero spropositato di organizzazioni. Io che sono coinvolto a livelo famigliare ne so di più di tutti coloro che si interessano, vorrei proprio chiedere a tutta quella gente che si è fatta bella donando per l’ IBC quanto ne sanno della vera ricerca, dell’impiego delle tecnologie al plasma, delle vibrazione sonore e della psicoterapia. Tutti campi di ricerca per precludono infinite possibilità, ma che vanno a rilento avendo carenza di fondi, venendo ostacolati a favore dei più comuni organi di ricerca a cui tutti sono pronti a donare generosamente (?) per una causa virale sul web. Vedendo quante donazioni i video-doccia hanno raccolto. mi aspetterei un incremento dei progressi in questo campo, fosse anche solo l’acquisto di nuove apparecchiature. Ed è esattamente questo a rendere ai miei occhi la mania da ice bucket challenge così vomitevole: sono tutti pronti a donare, sotto il segno del fare del bene per i malati, ma quanti di loro davvero vogliono farlo? quanti di loro veramente si interessano della cosa, si impegnano perché il loro sforzo non sia solamente un hashtag? La risposta io ce l’ho, duramente, davanti agli occhi ogi giorno, incarnata in mio padre che nonostante i drastici cambiamenti che ha subito, ancora oggi si presta per i test dei brevetti, nella speranza che un giorno uno di essi funzioni. Ancora una volta un inganno, una mera e disgustosa illusione, creata ad hoc per dare alla gente l’opportunità di coprirsi di apparenza, e di ignorare la realtà, la reale situazione di queste persone.
    Questo articolo è davvero ben scritto, e coglie il lato fondamentale del problema. La mia non vuole essere una critica, ma solo un’espressione libera, qui dove può essere apprezzata e capita.

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    • Baku ha detto:

      Kyef, innanzitutto ti ringrazio sinceramente per averci resi partecipi della tua esperienza personale. Posso solo immaginare la miscela di rabbia e sconforto, quando si vive così a stretto contatto con la Malattia, quella con la M maiuscola. E, come già espresso nel mio articolo, non posso che sentirmi d’accordo con te. Sono dalla parte tua, e di tuo padre. E dalla parte di tutte le persone che la malattia la vivono ogni giorno, nel corpo come nello spirito. Aiutare chi ne soffre non significa necessariamente donare soldi, significa rispettare il dolore altrui, significa empatia, vicinanza, “inclusione”.

      Saluto te e tuo padre con un bel pensiero di Hunter Doherty “Patch” Adams: «La salute si basa sulla felicità: dall’abbracciarsi […] al trovare la gioia nella famiglia e negli amici, la soddisfazione nel lavoro e l’estasi nella natura delle arti.»

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